22/04/11

causa effetto (una storia banale) (parte 1/boh)

con un trucchetto fin troppo abusato ma sempre utile, comincerò a raccontare questa storia dalla sua fine. sempre che si ritenga valido il concetto di 'fine'. diciamo che questo evento nell'ambito di una certa consecutio temporum è avvenuto per ultimo, e basta così.
indossando soltanto un paio di boxer rossi stinti e degli occhiali da vista da due soldi, andrea sale sul classico sgabello. dopo alcune scrupolose prove si è deciso per il lampadario del soggiorno; la cui catena, sembrerà strano, è assai più robusta dello stipite dell'ingresso. riconoscendo di non avere una manualità eccelsa, ha scelto la cintura anzichè il nodo scorsoio. nemmeno internet è riuscito a spiegargli a dovere come farne uno. impiccarsi: scelta più dignitosa di tutte le altre, ok ti pisci addosso, oppure sborri (o entrambe?) ma quello è un problema degli stronzi che ti trovano poi. si è detto andrea. avendo valutato di sfracellarsi dall'ultimo piano, schizzando fastidiosamente per tutto il marciapiede, o di girare farmacie come un fattone alla ricerca di più barbiturici possibile.
ci siamo. come in un qualunque banale resoconto di impiccagione, il nostro tira un bel respiro, si fa passare attorno al collo la cintura. aspirandone l'odore ancora animale di cuoio, calcia lo sgabello.
la forza di gravità, misericordiosa, lo sottrae ad un lento soffocamento spezzandogli nell'immediato l'osso del collo.
grazie, forza di gravità.
la domandona del momento è 'perchè?'
a una domandona del genere, si può replicare solo con il seguente espediente. blocchiamo tutto, blocchiamo l'ipnotico dondolio, sempre più lento, del corpo di andrea appeso alla catena. blocchiamone il durello nei boxer rossi, gli occhi strabuzzati e il filino di bavetta all'angolo della bocca contorta spalancata. teniamolo fermo qua, nei buchini di luce netta e accecante - è agosto - che filtrano dalla tapparella abbassata.
ora, si torni indietro di dieci mesi.

09/04/11

bruciare l'anno vecchio

nella frazione Montuggio di Poco alcune casupole tonde e bianche, sparse tra l'erba alta, suggeriscono la sparuta presenza di una civilizzazione. guardi meglio, e ti accorgi che le case sono più in basso, quelle che avevi notato all'inizio erano tutte gigantesche parabole satellitari. sotto la più grossa, di queste parabole satellitari (la superficie tonda e lucente ricorda un ufo anni cinquanta), vedi l'enorme pretenziosa casa del maggior notabile di Montuggio, il dottor G. decorano la dimora una moglie e due figli di sesso variabile. intanto lui gestisce una società, che ne gestisce un'altra, che ne gestisce un'altra, che ne gestisce un'altra. tutta questa catena di gestioni ha un inizio e una fine: un piccolo silenzioso ufficio, al penultimo piano di un grattacielo nella grande città a valle, e un grosso conto bancario, che si ingrassa steso al sole su un'isola lontana.
l'amore del signor G. per le collezioni, o meglio, per gli oggetti, è cosa arcinota. talvolta Esperti dall'Estero si spingono su su per la stretta carreggiata che conduce a Montuggio, unicamente per vedere la sua punta di lancia atzeca - falsificata dall'ultimo tolteco e da questi venduta al primo marinaio francese sifiltico - o il suo servizio da tè di carta velina. ha un naso imbattibile per l'unicità il signor G., una volta rifiutò di comprare il modellino in scala di Atlantide in quanto 'troppo
commerciale'. in casa, la moglie e i figli variabili più o meno non possono muoversi, perchè finirebbero necessariamente coll'urtare qualcosa: nonostante la villa sia enorme, è stipata in ogni angolo di roba come automi scacchisti e scheletri di elefante a due teste. quindi stanno fermi, e decorano, vorrebbero correre in giardino, ma il giardino è pieno di piante carnivore elettrificate, il che lo rende un luogo piuttosto pericoloso. questa vita non li soddisfa, e deperiscono - infelici, oltretutto, di non poter competere nel cuore del signor G. con gli oggetti: sono troppo banali, loro.