nella frazione Montuggio di Poco alcune casupole tonde e bianche, sparse tra l'erba alta, suggeriscono la sparuta presenza di una civilizzazione. guardi meglio, e ti accorgi che le case sono più in basso, quelle che avevi notato all'inizio erano tutte gigantesche parabole satellitari. sotto la più grossa, di queste parabole satellitari (la superficie tonda e lucente ricorda un ufo anni cinquanta), vedi l'enorme pretenziosa casa del maggior notabile di Montuggio, il dottor G. decorano la dimora una moglie e due figli di sesso variabile. intanto lui gestisce una società, che ne gestisce un'altra, che ne gestisce un'altra, che ne gestisce un'altra. tutta questa catena di gestioni ha un inizio e una fine: un piccolo silenzioso ufficio, al penultimo piano di un grattacielo nella grande città a valle, e un grosso conto bancario, che si ingrassa steso al sole su un'isola lontana.
l'amore del signor G. per le collezioni, o meglio, per gli oggetti, è cosa arcinota. talvolta Esperti dall'Estero si spingono su su per la stretta carreggiata che conduce a Montuggio, unicamente per vedere la sua punta di lancia atzeca - falsificata dall'ultimo tolteco e da questi venduta al primo marinaio francese sifiltico - o il suo servizio da tè di carta velina. ha un naso imbattibile per l'unicità il signor G., una volta rifiutò di comprare il modellino in scala di Atlantide in quanto 'troppo
commerciale'. in casa, la moglie e i figli variabili più o meno non possono muoversi, perchè finirebbero necessariamente coll'urtare qualcosa: nonostante la villa sia enorme, è stipata in ogni angolo di roba come automi scacchisti e scheletri di elefante a due teste. quindi stanno fermi, e decorano, vorrebbero correre in giardino, ma il giardino è pieno di piante carnivore elettrificate, il che lo rende un luogo piuttosto pericoloso. questa vita non li soddisfa, e deperiscono - infelici, oltretutto, di non poter competere nel cuore del signor G. con gli oggetti: sono troppo banali, loro.
un giorno, c'è tutto un casino. un giornalista scopre che una delle società del signor G. non esiste, il che lo porta ad accorgersi che non esistono nemmeno tutte le altre. è scandalo. magistrati. processi. mani davanti alla faccia su tutti i tg nazionali. sull'isola lontana un tifone traumatizza il conto bancario, portandolo tragicamente all'anoressia. poi il signor G. torna a casa, uno con gli amici che ha lui non mette certo piede in carcere. si aggira silenzioso per le stanze, ma nemmeno i fanoni di moby dick, nè l'albero più alto del polo sud ormai gli danno più gioia: se n'è andato, su quell'isola, l'oggetto più raro e più amato. così, per la fine dell'anno, decide di dare una grande festa, durante la quale, come dice l'invito 'brucerà l'anno vecchio. ogni oggetto inutile presente nella grande casa verrà eliminato.'
disperazione degli scienziati, degli Esperti dall'Estero, degli amanti delle foto wtf. da ogni parte del mondo persone accorrono a Montuggio, limousine e utilitarie strombazzano su su per le buche della carreggiata; molto rumore molti no non puoi farci questo. velata e dissimulata contentezza della moglie e dei figli. l'ultimo dell'anno, nello spiazzo davanti alla villa, si raduna una folla, in parte silenziosa e rassegnata, in parte trattenuta a forza da un cordone di polizia.
si apre il portone. nel silenzio sempre più denso la polizia può tirare il fiato, mentre una dozzina di operai, avanti e indietro, avanti e indietro, accatastano roba nello spiazzo. il primo ha portato una tanica di benzina, si capisce che l'oggetto non fa certo parte della collezione: troppo banale, lucido, funzionale.
-come potrà bastare per...sì insomma, per tutto?- domanda a gesti un Esperto al suo vicino, il quale sempre a gesti lo zittisce brutalmente, gli occhi incatenati alla processione di operai.
che dura almeno un paio d'ore. siamo a gennaio, o in dicembre, mesi in cui notoriamente cade l'ultimo dell'anno. significa: fa sempre più freddo. la folla si frammenta, si sparge, sempre più stanca. accendono piccoli fuochi, mangiano. per questo ci vuole un po' perchè tutti si accorgano che il dottor G. è in piedi immobile davanti alle sue adorate masserizie, il riporto luccicante alla luna. gli operai hanno finito da un pezzo. ottenuta l'attenzione generale, G. la intensifica cercando tra gli astanti F., la nota antropologa, e donandole personalmente il dildo in corno di narvalo che le permetterà di approfondire i suoi studi sulla sessualità degli unanga. poi consegna nelle mani di un tizio del nebraska il pappagallo imbalsamato che parla ancora. e così via. si forma una disciplinata coda. ognuno specifica, una volta giunto il suo turno, l'oggetto desiderato. nascono alcuni tafferugli; il signor G. non se ne occupa, lasciando che si risolvano da sè, non di rado con ferite mortali di uno dei contendenti.
quando si alza l'alba è quasi finito tutto. perchè mai restare lì, una volta ricevuto ciò che si desiderava? lo spiazzo è praticamente deserto. il signor G. è molto stanco, si vede dal tremito delle mani e dalla piega contorta assunta dal riporto. consegnata nelle mani di una casalinga rumena una perla lavorata da un artigiano ottomano che riproduce fedelmente la città di braila nel settecento, alza la testa e tira un lungo respiro. la casalinga si allontana lentamente, trascinando le pantofole sulla brina. la folla ha lasciato cartacce, resti anneriti di piccoli focolari, un guanto, un mozzicone di sigaro. davanti alla villa restano solo la moglie e i figli di G. immobili, assonnati. lui li guarda per un momento, sono banali, privi di valore. la figlia femmina ha gli occhi strabici, ma non così tanto; la moglie quando dorme fa dei rumori con il naso, come moltissime altre donne. il dottor G. scuote la testa. sei paia d'occhi esterrefatti lo guardano docciarsi allegramente con la benzina della tanica, sotto sei paia d'occhi esterrefatti accende un fiammifero. va in cenere l'unico oggetto inutile presente nella grande casa.
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