con un trucchetto fin troppo abusato ma sempre utile, comincerò a raccontare questa storia dalla sua fine. sempre che si ritenga valido il concetto di 'fine'. diciamo che questo evento nell'ambito di una certa consecutio temporum è avvenuto per ultimo, e basta così.
indossando soltanto un paio di boxer rossi stinti e degli occhiali da vista da due soldi, andrea sale sul classico sgabello. dopo alcune scrupolose prove si è deciso per il lampadario del soggiorno; la cui catena, sembrerà strano, è assai più robusta dello stipite dell'ingresso. riconoscendo di non avere una manualità eccelsa, ha scelto la cintura anzichè il nodo scorsoio. nemmeno internet è riuscito a spiegargli a dovere come farne uno. impiccarsi: scelta più dignitosa di tutte le altre, ok ti pisci addosso, oppure sborri (o entrambe?) ma quello è un problema degli stronzi che ti trovano poi. si è detto andrea. avendo valutato di sfracellarsi dall'ultimo piano, schizzando fastidiosamente per tutto il marciapiede, o di girare farmacie come un fattone alla ricerca di più barbiturici possibile.
ci siamo. come in un qualunque banale resoconto di impiccagione, il nostro tira un bel respiro, si fa passare attorno al collo la cintura. aspirandone l'odore ancora animale di cuoio, calcia lo sgabello.
la forza di gravità, misericordiosa, lo sottrae ad un lento soffocamento spezzandogli nell'immediato l'osso del collo.
grazie, forza di gravità.
la domandona del momento è 'perchè?'
a una domandona del genere, si può replicare solo con il seguente espediente. blocchiamo tutto, blocchiamo l'ipnotico dondolio, sempre più lento, del corpo di andrea appeso alla catena. blocchiamone il durello nei boxer rossi, gli occhi strabuzzati e il filino di bavetta all'angolo della bocca contorta spalancata. teniamolo fermo qua, nei buchini di luce netta e accecante - è agosto - che filtrano dalla tapparella abbassata.
ora, si torni indietro di dieci mesi.
lo ritroviamo, il nostro andrea, in primo luogo vivo. espira, inspira, battito vagamente regolare, la pupilla si restringe e si allarga. inoltre, è perfino vestito. con una certa eleganza, per giunta, almeno secondo i suoi standard.
sarà che non ignora completamente quel che l'aspetta di lì ad agosto? può darsi; ugualmente, non sembra proprio felice. procede su via larga - quale, ma dai, quella lì, vicino a piazza fontana, vicino all'uni, che ci passa anche il 23 o il 27 mi sembra, con i bar da universitari e ehi, credo ci sia anche il comune da quelle parti, e dei negozi di forniture per preti, strani come zona. sarà che dietro c'è il duomo. boh.
fa caldo per essere ottobre. il cielo è di un bianco perfetto, un A4 illibato, lui è lì che non proprio procede, diciamo barcolla, su via larga, tenendo la giacca scura appesa distrattamente a una spalla. dubito che gliene fregherebbe qualcosa se cadesse. ha gli occhi persi nel vuoto, come li avrebbe chiunque alla bocciatura dell'ennesimo progetto di tesi biennale. è già il terzo, che gli sega, stammerda d'un relatore.
ma non è che glieli sega perchè non sono abbastanza originali o lui può fare di meglio se si sforza e così via, no no no, sono proprio tutti delle stronzate senza speranza. il relatore stesso, nel suo ufficio, si sta presentemente disperando su cosa proporgli di fare visto che le sue idee sono così penose. come il resto della carriera accademica dopotutto. uno che ha avuto la faccia tosta di laurearsi alla triennale di scienze storiche con un miserrimo 85, suvvia, ci sono poche forme di vita più larvali. questo lo stanno pensando tanto il relatore quanto andrea, nel suo barcollante procedere.
arriva in piazza fontana che non ce la fa più, accende una sigaretta, si siede. ci sono una serie di cose che non funzionano nella sua vita, a cominciare dal tubo della doccia. per non dire dell'imbarazzantissimo lavoretto procurato dal patrigno. idea pessima, idea malsana. consulente, lui? per una microscopica casetta editrice cattolica di sussidiari per elementari private non sciccose. ogni tanto gli è toccato persino curare un paio di excursus storici sui libretti del catechismo; a lui specializzato in storia della riforma e della controriforma, che odia i cattolici e da sbronzo si dichiara anabattista. le storielle edificanti sulla vita in palestina nell'anno zero, che vergogna.
il peggio del peggio del peggio non è questo. il peggio del peggio del peggio del peggio del peggio, in questa interminabile piramide di sfiga, è che in sta casetta editrice ha conosciuto Lei. che nelle piramidi di sfiga, a ben guardare, c'è sempre e comunque una Lei in una posizione a caso (quasi sempre alla base). il tipo di donnina angelicata dalla quale aveva giurato e spergiurato non si sarebbe fatto prendere mai. ventitrè anni crocifisso al collo capelli fino al culo e sguardo vacuo di pupille nere mentre fa le fotocopie o risponde alle rare telefonate. un diploma di ragioneria e molti contatti in comunione e liberazione, ma non quelli giusti.
qua ci starebbe un bel flashback sul loro primo incontro, o sulla nascita dell'amore o su come le aveva chiesto di uscire. tanto lui, come dire, è lì sulla panchina più o meno soltanto per darmi il tempo di raccontare i cazzi suoi. certo, anche per pensarci. certo, anche per fumare.
andiamo avanti, senza l'ovvietà dell'analessi. che non ho comunque voglia di mettere in scena.
classicamente, ci era uscito per qualche mese, una bella estate. lei gli aveva dato il culo due o tre volte, fatto qualche pompino, non sottovalutando il vantaggio del farsi trovare vergine dal futuro marito. per il resto, platonicità assoluta. lunghe, lunghissime estenuanti passeggiate mano nella mano, lunghi torturanti baci e toccamenti all'ombra di un portone manco fossero in una canzone dei primi anni sessanta, o direttamente nei primi anni sessanta, pensava andrea.
l'insoddisfazione sessuale, come talvolta tuttora avviene, invece di scassargli le palle, lo legò a lei in modo indegno. in una maniera di cui lui stesso - quando non stava pensando alla forma delle sue dita, al suono della sua risata o alla sua dolce intonazione cantante napoletana - si vergognava orrendamente. e più si vergognava più andava avanti a portarla a casa tutte le sere, ad accompagnarla in imbarazzanti giri per discoteche, chupiti, altre discoteche. a fare le fotocopie a rispondere al telefono al posto suo. erano in pratica le uniche mansioni che lei avesse, alla casetta editrice De Paoli, quindi come lei impiegasse il tempo, che grazie a lui risparmiava, era e restò sempre per andrea un insondabile mistero. l'elenco dei servigi offerti potrebbe andare avanti per molto tempo ancora, ma confido che la vostra fertile immaginazione mi lasci fermare qui.
servi della gleba, si chiamano, comunemente, certi individui. pur avendo a memoria l'intero testo della canzone di elio, andrea fingeva di ignorarlo, perso com'era in un oceano di margheritine e cuoricini. oh, ha detto che le piacciono gli anatroccoli. che tenera. oh, l'altro giorno ha visto un fiorellino su un marciapiede e mi ha pensato - botta di tachicardia. è come una bambina, è fragile e innocente.
non è che lo avesse scaricato in modo particolarmente traumatico. semplicemente, ai primi di settembre aveva smesso di chiamarlo. fosse solo questo. facebook, msn, cellulari, casa sua. non è che lui non avesse strisciato in tutti i punti della terra per giorni, o sviluppato la parte hacker di se stesso per stalkerarla disperatamente. lei era, e restava, svanita nel nulla (i suoi avevano il videocitofono e l'ordine tassativo di non rispondergli, che devo pensare al mio futuro ho anche mollato il lavoro alla De Paoli per questo corso difficilissimo di segretaria aziendale non posso permettermi distrazioni).
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